sabato 14 novembre 2020

QUANDO LA PSICOLOGIA SOCIALE TI SALVA LA VITA






È una classica scena che tutti abbiamo visto qualche volta in televisione o su YouTube: c'è una persona che si è sentita male o è rimasta coinvolta in un incidente automobilistico e i presenti assistono come pietrificati, nessuno interviene a prestare soccorso. Perché mai? Sono diventati per caso tutti dei freddi egoisti? L'apatia sta prendendo il sopravvento su tutta l'umanità?  No, niente di tutto questo a quanto sembra. La psicologia sembra offrire una spiegazione a questo strano lato del comportamento umano: quando siamo indecisi e dubbiosi e la situazione che ci troviamo ad affrontare è ambigua guardiamo istintivamente al comportamento degli altri e diamo per scontato che la reazione altrui sia la più consona. Questo dà luogo a un fenomeno chiamato "ignoranza collettiva". Per tornare a uno degli esempi citati all'inizio, una persona sdraiata sul marciapiede può aver avuto un attacco di cuore oppure essere caduto perché ubriaco. In casi di incertezza come questo, la tendenza è quella di guardarsi intorno per guardare gli altri e vedere se si tratta veramente di  un'emergenza. Lo psicologo statunitense Robert B. Cialdini, esperto di psicologia sociale della persuasione, racconta un episodio accaduto a lui personalmente:

" In generale, quindi, la strategia migliore è ridurre le incertezze degli astanti, con la richiesta più precisa possibile, rivolta a un singolo e non genericamente al gruppo: il compito deve essere assegnato a qualcuno, altrimenti è troppo facile per ciascuno pensare che debba farlo, stia per farlo o l'abbia già fatto l'altro. Di tutte le tecniche di persuasione descritte in questo libro, questa è forse la più importante

Non molto tempo fa ne ho avuto personalmente la prova, quando mi sono trovato coinvolto in un incidente stradale abbastanza serio. Eravamo feriti tutti e due, io e l'altro automobilista: lui riverso sullo sterzo senza conoscenza, mentre io cercavo di tirarmi fuori, sotto gli occhi di automobilisti fermi al semaforo. Mentre scivolavo sull'asfalto accanto alla portiera, abbastanza stordito, venne il verde e le auto cominciarono ad attraversare lentamente l'incrocio: tutti guardavano con l'aria perplessa, ma non si fermavano. Ricordo di aver pensato: " Oh no! Succede proprio come si legge nella ricerca. Non si ferma nessuno". Ma per fortuna sapevo esattamente che cosa fare. Mi tirai su per farmi vedere bene, puntai il dito verso un automobilista e gli dissi: "Chiami la polizia". A un secondo e a un terzo, sempre puntando il dito direttamente: "Presto, abbiamo bisogno di aiuto". Le risposte di queste persone furono istantanee: chiamarono subito la polizia e un'ambulanza, mi pulirono il sangue dal viso col fazzoletto, mi misero una giacca sotto la testa, si dichiararono disposti a testimoniare, uno si offrì di portarmi all'ospedale. Non solo l'aiuto fu rapido e sollecito, ma anche contagioso. Vedendo le auto che si fermavano, anche quelli che arrivavano in senso opposto si fermarono per soccorrere l'altra vittima." ( 1 )

NOTE

( 1 ) Robert B. Cialdini, Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì  Giuntipsy 2019

mercoledì 14 ottobre 2020

SI PUO' CREDERE DUBITANDO

 


Il titolo di questo mio intervento suona quasi come un ossimoro, ma ad un'attenta analisi ciò che ci sembra impossibile può risultare del tutto praticabile. Cominciamo con il fare alcuni chiarimenti.

Il dubbio non coincide con la negazione. dubitare di "A" non  equivale a negare "A". Il dubbio può essere definito come una situazione di incertezza psicologica di fronte ad un'alternativa, uno stato soggettivo di incertezza e di indecisione ad asserire affermativamente o negativamente qualcosa, sulla base di una situazione non determinata in modo chiaro. La negazione invece è comunque un asserire: del tipo "non A" è vero. Essa si distingue dall'ignoranza, in quanto presuppone la cognizione di ciò che si dubita.

Nel dubbio, si possono preferire alcune opinioni o alcune tesi alle altre, in base ad argomentazioni che sembrano più solide e convincenti. Quello che non si ha diritto di fare è scambiare come verità universali, valide per tutti, ciò che si crede sia vero a livello soggettivo. E' possibile credere che una cosa sia vera, senza ritenere che sia vera per tutti? La maggior parte di noi risponderebbe di no. Se per esempio io credo nell'esistenza di Dio, allora è ovvio che se Dio esiste, esiste per tutti. Ma tutti gli altri che non se ne avvedono possono liberamente continuare a non crederci. Io non posso rimproverarli di non accettare la verità, perché non possiedo nessuna dimostrazione. Posso solo cercare di persuadere chi non la pensa come me con delle argomentazioni che facciano appello a premesse comuni e condivise e anche qui devo tentare di raggiungere un accordo con il mio interlocutore sui contenuti di tale premesse. E' ciò che si dovrebbe fare in un dialogo serio ed onesto. Molto spesso il ragionamento che ho esposto sopra viene confuso con il relativismo, ma così non è. La mia è soltanto un'opinione in quanto:

1) la considero vera, seppure non sia in grado di dimostrare la sua verità ( se la considerassi falsa semplicemente perché non posso dimostrare la sua verità, argomenterei ad ignorantiam, commettendo una fallacia );

2) ritengo impossibile credere a  qualcosa senza presupporne la verità.

La verità quindi non è una qualità che si attribuisce alla propria credenza e inoltre è ciò che, se la credenza fosse dimostrata, la renderebbe un sapere universalmente riconosciuto.

sabato 19 settembre 2020

REFERENDUM: COME VENIAMO RAPPRESENTATI È PIU' IMPORTANTE DI QUANTI CI RAPPRESENTANO

 



Questo articolo non vuole essere una dichiarazione di voto né un'indicazione, ma solo una semplice riflessione di carattere generale sulla politica, sulla democrazia e sulla rappresentanza ai nostri tempi, ispirata dal referendum che si terrà nei prossimi giorni. E' una riflessione quindi che parte dall'occasione del referendum per andare oltre, affrontando la questione democrazia rappresentativa e delle sue difficoltà.

Il referendum di domani e di lunedì non cambierà sostanzialmente nulla. Le ragioni del Sì sono facilmente confutabili, perché sono alternative alla riduzione del numero dei parlamentari per risparmiare, ad esempio abolire i privilegi dei parlamentari attuali, per non parlare degli 80 milioni di euro che è un numero insignificante se paragonato al totale della spesa pubblica o del PIL del nostro Paese.

Le ragioni del No sono anch'esse deboli a mio avviso, ma per motivi che ritengo più importanti. I suoi sostenitori affermano contro il Sì che con meno parlamentari avremo 1) meno democrazia e 2) meno rappresentanza, inoltre 3) alcune regioni rischierebbero di rimanere senza un numero sufficiente di deputati e senatori in Parlamento. Delle tre considero vera solo la 3), la 1) e la 2) rimangono indeterminati e ambigui. Il principale difetto sta nel considerare la democrazia e la rappresentanza solo da punto di vista quantitativo: avere più parlamentari non vuol dire necessariamente più democrazia e tanto meno più rappresentanza. Credo che che si debba riflettere di più sulla qualità della democrazia e su cosa significa essere rappresentati. Il problema del come veniamo rappresentati è ben più importante del problema di quanti ci rappresentano. L'incapacità della classe dirigente di interpretare i problemi dei cittadini, la crisi economica e le conseguenti misure d'austerità, i limiti della globalizzazione, i difetti della costruzione europea e della moneta unica, l'incapacità di gestire i flussi migratori, la sempre più crescente finanziarizzazione dell'economia e le distorsioni del mercato del lavoro hanno provocato una crisi della democrazia rappresentativa e delle sue istituzioni in tutti i Paesi occidentali. I cittadini si considerano sempre meno rappresentati e coinvolti, avvertono di non avere peso sulle decisioni, la crisi del 2008-2009 ha solo messo in evidenza una tendenza che forse era presente anche prima. In molti Paesi sono sorti vari partiti e movimenti cosiddetti "sovranisti" e "populisti" come risposta alla crisi. Anche questi due termini però sono ambigui, per non parlare poi del fatto che vengono utilizzati anche da coloro che si dichiarano antisovranisti e antipopulisti. Inoltre questi movimenti sono stati incapaci di offrire valide alternative, alcuni hanno addirittura proposto forme dirette di democrazia ( per esempio nella sua versione "digitale" ) che hanno mandato nelle istituzioni persone incompetenti. 

Il discorso politico ed economico oggigiorno mi pare sia intrappolato in tante contraddizioni, generando paradossi, normalizzando le incoerenze, riducendo questioni di principi in slogan da scambiare per puri fini elettorali, manipolando il consenso con l'abuso dei social etc. In Italia inaffidabilità ha raggiunto dei principali partiti politici e dei loro rispettivi leader ed esponenti ha raggiunto il massimo. Dal 2018 ad oggi abbiamo avuto due governi, di cui uno ancora in carica con a capo lo stesso Presidente del Consiglio a fare da garante ad alleanze improbabili e fino al giorni prima impossibili. Per non parlare dei politici che tradiscono il mandato elettorale cambiando il partito con cui è stato eletto, trasformismo e voltagabbanismo.

Abbiamo la democrazia formale, non quella sostanziale. La democrazia e con essa la rappresentanza diventano sempre più dei gusci esterni, svuotati del loro contenuto al loro interno: viviamo in una democrazia fatta di riti e procedure, non di veri e propri contenuti. Basti considerare come viene visto l'atto di protesta: anche se pacifico, viene comunque tacciato in qualche modo di "violenza," le eventuali richieste di cambiamento vengono liquidate come irrealizzabili o impraticabili. La politica ha smesso ormai da tanto tempo di parlare con il mondo, di affrontare i fatti e di coglierne il senso alla luce di una visione più ampia della società, più comprensiva ( noi diremmo un'ideologia, altro termine di cui ci sarebbe tanto da dire). Io penso che sia questo il motivo per cui il rapporto tra governanti e governati si sia irrimediabilmente incrinato e ovviamente nessun referendum potrà cambiare le cose da questo punto di vista.

Non so cosa voterete domani, ma qualunque cosa votiate sappiate che ci vuole più di un segno X su una scheda per ridare credibilità al discorso politico ed economico.

mercoledì 19 agosto 2020

SONO POSSIBILI LE PREVISIONI? JARED DIAMOND E LE SCIENZE STORICHE

 


"Socrate: Come appunto dicevo poco fa, a questo proposito, io vado sempre errando in su e in giù e mai pare di pensarla allo stesso modo; e non c'è da stupirsi se io o un altro uomo qualsiasi siamo preda dell'incertezza; ma se anche voi che siete i sapienti cadrete vittime del dubbio, sarà veramente tremendo per noi, allora, non trovare soluzione ai nostri interrogativi, neppure ricorrendo al vostro aiuto."   ( Platone, Ippia Minore 376 c )

L'attuale emergenza sanitaria dovuta alla pandemia causata dal Coronavirus fa riemergere un problema teorico che riguarda la scienza, nel nostro caso la medicina e l'epidemiologia, e cioè è possibile fare previsioni su un determinato fenomeno? Sapere come esso evolverà in futuro?

Oggi questo problema è particolarmente sentito, tutti i giorni infatti ormai da mesi siamo bombardati di opinioni di esperti sull'andamento dei contagi da Coronavirus, numeri, percentuali e altri tipi di dati vengono forniti da programmi televisivi, radio e su Internet. Sulla pandemia tutti desiderano sapere se ci sarà una seconda ondata di contagi, se sarà intensa come la prima o anche più, dove colpirà ecc. Tutto questo è naturale. Di fronte alla diffusione di una malattia che ha provocato già tanti morti, vogliamo essere informati. Inoltre tentare di sapere cosa accadrà in futuro, un futuro in questo caso non troppo lontano, ci permette di programmare meglio le nostre attività, eseguirle con sicurezza ( dato che qui è in gioco la nostra salute ) e fa nascere in noi la sensazione ( o forse l'illusione! ) di avere un certo controllo sugli eventi. Cosa ci dice le scienza in proposito? 

A mio avviso è illuminante un passo del libro di Jared Diamond, " Armi, acciaio e malattie ":

" Ogni ghiacciaio, nebulosa, uragano, società e specie - e anche ogni cellula delle specie sessuate - è unico, perché è governato da molte variabili ed è fatto di molte parti, mentre le particelle elementari do un fisico sono identiche per ogni tipo. Ecco perché quest'ultimo può formulare leggi deterministiche universali, mentre un biologo e uno storico cercano tendenze di natura statistica." ( 1 )

Al fine di parlare di capacità di previsione nell'ambito scientifico, occorre prima specificare di che scienza si tratta e qual è il suo ambito di ricerca e il suo oggetto di studio. Mi sembra evidente che Diamond affermi che le previsioni in certi ambiti non sono possibili, a causa della complessità degli oggetti coinvolti e delle variabili in gioco che in qualsiasi momento possono far cambiare tutto. L'errore che si commette troppo spesso è di credere che in medicina le previsioni sono possibili proprio come nella fisica, ignorando che la prima studia entità molto più complesse ( nel caso della medicina il corpo umano, con tutti i suoi tessuti, organi, apparati, cellule ecc. ) il cui comportamento risulta molto più indeterminato rispetto a quello delle particelle elementari o di un sasso che cade dalla torre di Pisa.

In tutte quelle scienze in cui si cerca di capire entità complesse, influenzate da molte variabili e suscettibili di cambiamento a causa di vari fattori si possono cercare solo tendenze statistiche. Diamond parla in particolar modo della storia, il titolo del capitolo da cui  ho tratto la citazione è infatti "Il futuro della storia come scienza", che non è considerata una scienza, ma che comunque studia cambiamenti che coinvolgono molti elementi ( persone, istituzioni ecc. ) che avvengono nel tempo. E' interessante che l'autore classifica tutte le discipline scientifiche di un certo tipo come "scienze storiche":

" Le difficoltà degli storici sono spesso quelle di chi si occupa di astronomia, climatologia, ecologia, biologia evolutiva, geologia e paleontologia. In vari modi, tutte queste discipline soffrono dell'impossibilità di fare esperimenti controllati, della complessità insita nell'enorme numero di variabili, dell'unicità di ogni sistema, dell'impossibilità di formulare leggi universali e previsioni sul comportamento futuro."( 2 )

Le scienze storiche differiscono da quelle deterministiche e sperimentali sotto aspetti importanti. Nelle seconde il fatto da studiare è riproducibile in laboratorio, osservabile sotto determinate condizioni e le variabili che possono influenzare negativamente il risultato vengono rimosse. Accade questo nella fisica, nella chimica e nella biologia molecolare. Ma è possibile riprodurre in laboratorio l'evoluzione delle specie viventi, l'espansione di una galassia, gli eventi che portarono alla Seconda Guerra Mondiale o la diffusione di un virus tra miliardi di persone? La risposta è ovviamente no. 

Le scienze sperimentali possono fare uso degli esperimenti controllati, nelle scienze storiche bisogna affidarsi a quelli che Diamond chiama esperimenti naturali:

" Nell'esperimento naturale si confronta il comportamento di due sistemi in assenza o in presenza ( o  con effetti forti o deboli ) di un dato fattore." ( 3 )

La medicina e l'epidemiologia, presupponendo discipline quali la biologia evolutiva e la biochimica, fanno parte nel novero delle scienze storiche. I sistemi e le entità da esse studiate sono composte di molte parti ( pensate al DNA di una cellula o alla catena di reazioni chimiche che avvengono nel cervello o nel fegato ) le cui variabili sia interne che esterne sono tantissime. Queste caratteristiche la medicina le condivide con altre scienze o discipline che studiano sistemi complessi, compresa la stessa storia che Diamond usa come pietra di paragone nel suo libro.

L'origine della confusione che oggi molti avvertono sentendo epidemiologi e immunologi è forse dovuta al fatto che il senso comune ci porta fuori strada, ci spinge ad adottare il metodo sperimentale adottato nella fisica come l'unico esistente, identificandolo come la scienza tout court. La pandemia oggi e la crisi economica del 2008-2009 sono esempi di fenomeni che interessano sistemi complessi con tantissime variabili e interazioni e prevederne il corso è molto difficile, per non dire quasi impossibile.


NOTE

( 1 ) Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Giulio Einaudi editore p. 326.

( 2 ) Ibidem p. 326

( 3 ) Ibidem p. 326

domenica 12 luglio 2020

CHE COS'E' LA FILOSOFIA?






Questo è un blog dove troverete principalmente articoli di filosofia, già la filosofia...probabilmente vi starete chiedendo: " che cos'è la filosofia?"

Fornire una definizione non è affatto una cosa facile, per non parlare di tutte le difficoltà legate allo stesso definire qualcosa. Per quanto riguarda poi la filosofia, la definizione varia a seconda del tipo di filosofia che adottiamo. Etimologicamente la parola "filosofia" deriva dal greco e significa "amore per la sapienza". 

Detto ciò, possiamo definire la filosofia come amore e ricerca per il sapere, cioè ricerca disinteressata per la verità condotta mediante la ragione. La sapienza ricercata si basa su argomentazioni razionali, essa non è ottenuta tramite una rivelazione "dall'alto", ma raggiunta con l'uso autonomo della propria facoltà naturale che è appunto la ragione umana. I filosofi e in generale coloro che studiano filosofia sono costantemente impegnati a porsi domande e a cercare risposte, interrogare sé stessi e gli altri su questioni fondamentali che riguardano la vita, l'esistenza, il senso e la realtà.

L'interrogare rimanda ad una caratteristica importante dell'attività filosofica: la problematicità, il mettere in discussione, il porsi problemi esercitando lo spirito critico.

La filosofia viene solitamente suddivisa in varie branche o discipline, soprattutto a livello accademico, potremmo appunto chiamarle discipline filosofiche. Le più importanti sono la metafisica, l'epistemologia, l'etica e la logica.

Nella sua essenza la metafisica è lo studio della natura della realtà, del suo fondamento, di ciò che esiste nel mondo, come esso ci appare e come è strutturato.

L'epistemologia riguarda il problema della conoscenza, il suo interesse primario è cosa possiamo conoscere della realtà, del mondo e come.

L'etica è la parte forse più "pratica" della filosofia, in quanto mira a rispondere a domande che riguardano l'agire. Le questioni etiche hanno a che fare con interrogativi su cosa dovremmo fare e cosa sarebbe meglio fare. Nell'affrontare questi problemi inevitabilmente si è portati ad interrogarsi sui concetti di "bene" e "giusto".

Un altro ambito importante nello studio della filosofia è l'analisi delle argomentazioni, dei ragionamenti e della dimostrazione in generale. La logica è una sorta di strumento ( non a caso i testi di Aristotele che trattavano di logica vennero chiamati "Organon", strumento appunto ) che ci permette di usare meglio quella facoltà naturale di cui abbiamo accennato sopra che è la ragione. Possiamo definire la logica come lo studio dei metodi e dei principi che consentono di distinguere i ragionamenti validi e corretti da quelli che non lo sono.

domenica 28 giugno 2020

IL RAZZISMO SENZA LE RAZZE






Questo articolo vuole essere una riflessione sulle proteste delle ultime settimane nelle principali città degli Stati Uniti e in seguito diffuse anche in altri Paesi. L'evento scatenante è stato l'uccisione da parte di un agente della polizia di Minneapolis ( Minnesota ) del cittadino afroamericano George Floyd, avvenuto lo scorso 27 maggio da parte di un'agente di polizia senza il minimo intervento da parte dei suoi colleghi.

Premesso che la morte di un essere umano, a prescindere dal colore della sua pelle, è sempre ovviamente un fatto ingiustificabile, possiamo sviluppare alcune riflessioni stimolate da questo terribile fatto. L'assassinio di George Floyd ha fatto riemergere l'annoso problema della discriminazione razziale negli Stati Uniti e più in generale ha provocato un'ondata di rabbia e odio, sfociando in varie forme di proteste contro il razzismo. Per una maggiore chiarezza userò i punti numerati per esporre le varie tesi e le relative argomentazioni.

1) Partiamo da una domanda: esiste il razzismo? La risposta è senza dubbio affermativa, sì il razzismo esiste. Esiste in tutti gli Stati del mondo, in varie forme e contesti. Che cos'è il razzismo? Il razzismo è una "concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. E' alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la "purezza" e il predominio della "razza superiore" ( Definizione tratta da Treccani ). Ho preso questa definizione per circoscrivere la porta del termine "razzismo", esso costituisce una forma di discriminazione basata sulla razza, altre forme sono quelle basate sul genere sessuale, sulle idee religiose o sull'appartenenza ad una determinata classe sociale. Ci sono Stati che in passato e ancora oggi incoraggiano una prassi politica improntata al razzismo, tramite leggi più o meno discriminatorie, storicamente il Terzo Reich è stato l'esempio più evidente.

2) Come detto sopra, il razzismo è fondato sul presupposto che esistano le razze umane. Le cose stanno proprio così? La risposta è senza dubbio negativa: no, le razze non esistono. Malgrado la parola "razza" sia molto usata, scientificamente è un concetto privo di significato. Le razze non esistono perché geneticamente parlando non ci sono differenze nette tra i diversi gruppi di individui della stessa specie. Isolare un carattere ( come fanno i razzisti con il colore della pelle ) e inserirli in una categoria è un nonsenso, perché è impossibile dividere tutte le persone del mondo in categorie, in quanto quasi tutte farebbero parte a  più di una. Ci sono evidentemente caratteri fisici molto diversi tra gli esseri umani, partire dal colore della pelle, degli occhi, statura e altre che sono visibili e costituiscono quello che i biologi chiamano il fenotipo.  E' vero che gli esseri umani condividono il 99 % del loro codice genetico e gli individui che appartengono alla stessa etnia sono geneticamente più simili tra di loro, ma questo non ha a che fare con la razza. Non è la quantità dei geni che ci distinguono a fare la differenza, ma quali sono. E' la funzione dei geni che conta e una loro diversa espressione può fare molta differenza tra individuo e un altro, anche se tutto il restante 99,9% dei loro genomi sono uguali. Per esempio una mutazione del gene FOXP2, chiamato "gene del linguaggio", rende l'individuo incapace di parlare  e questo lo rende sicuramente molto diverso dalla restante parte della popolazione. Se chi ha questa mutazione è un mio stretto parente, dovrò concludere che c'è molta più differenza tra me e lui  che non tra me e un eschimese che vive dall'altra parte del mondo.

3) Il razzista quindi è una persona convinta che la differenze di un carattere, il colore della pelle, è un criterio per categorizzare gli esseri umani. Da ciò egli deriva la conclusione che tutti gli individui che hanno quel carattere sono in qualche modo "inferiori". Indubbiamente egli parte da una generalizzazione priva di fondamento logico e scientifico. Forse l'atteggiamento razzista nasce dalla paura del diverso, ma di una diversità di tipo differente. Quella culturale. Geneticamente non ci sono grandi differenze tra tutti i membri appartenenti alla specie Homo Sapiens, ma culturalmente le differenze ci sono. Forse l'incapacità o semplicemente la difficoltà di relazionarci con persone che vengono da un contesto culturale e linguistico diverso dal nostro possono far sorgere in alcune persone convinzioni e atteggiamenti razzisti.

martedì 2 giugno 2020

RUSSELL: EMOZIONI E CONOSCENZA








In " Sintesi filosofica" ( 1927 ) Bertrand Russell procede a una sistemazione compiuta ( ma pur sempre provvisoria ) dei temi della conoscenza, la morale, l'uomo e le teorie fisiche del mondo. Il filosofo britannico ritornerà poi su queste questioni in altre opere successive in modo più approfondito. Nel capitolo XXI scrive:

" Le emozioni sono quel che rende la vita interessante, e quel che ce la fa sentire importante. Da questo punto di vista, esse sono l'elemento che ha più valore nell'esistenza umana. Ma quando noi, come in filosofia, cerchiamo di comprendere il mondo, esse appaiono piuttosto come un ostacolo. Esse generano opinioni irrazionali, dal momento che le associazioni emotive raramente corrispondono alle disposizioni del mondo esterno. Esse ci conducono a vedere l'universo attraverso lo specchio dei nostri umori, cioè ora brillante, ora offuscato, secondo lo stato dello specchio." ( 1 )

Mi trovo concorde con Russell, le emozioni possono portarci a distorcere enormemente la realtà che ci circonda, inducendoci a evidenziare certi aspetti e tralasciarne altri. In compenso possono condurci ad esplorare noi stessi, donano senso alle esperienze che viviamo e la nostra vita sarebbe sicuramente monotona se non ci fossero. Poi prosegue:

" Con la sola eccezione della curiosità, le emozioni sono nell'insieme un ostacolo alla vita intellettuale, sebbene il grado di vigore richiesto per pensare con successo probabilmente deve accompagnarsi al carattere di essere considerevolmente suscettibile d'emozione. Se in questo libro dico poco a proposito delle emozioni, non è per una sottovalutazione della loro importanza umana, ma solamente perché il compito che perseguiamo è piuttosto teoretico che pratico: comprendere il mondo, non cambiarlo. E se l'emozione determina i fini che noi perseguiremo, la conoscenza è più utile di qualsiasi altra cosa che sia basata sulla capacità umana."( 2 )

In questo passo Russell pone l'accento all'unica emozione che ha ruolo determinante nell'inizio di qualsiasi attività conoscitiva, cioè la curiosità: quella sorta di istinto a voler scoprire, a meravigliarsi delle cose e della loro natura, quel desiderio di comprendere che non trova vero appagamento fino a quando il  suo oggetto non viene in qualche modo "afferrato", svelato, illuminato. Sì, per conoscere bisogna essere  suscettibile di emozione, perché solo essa può dare la giusta spinta, fungere da motore per il nostro intelletto. L'attività teoretica però è cosa ben diversa dalla sfera pratica e in tale contesto le emozioni, ciò che noi sentiamo e proviamo, non incide sul processo della conoscenza in sé né sul suo oggetto. L'emotività è per sua natura instabile, variabile e ci porta ad emettere giudizi molto spesso affrettati, deformati e a proiettare ciò che è dentro di noi al mondo esterno. Molto suggestiva l'immagine usata sopra dello specchio. L'oggetto della conoscenza è il mondo esterno e in questo le emozioni non devono avere un ruolo importante, mentre è quando volgiamo lo sguardo dentro di noi che le emozioni assumono valore. Non è un caso che il XXI capitolo di cui ho citato i due brani fa parte della terza parte del opera dal titolo "L'uomo dall'interno".


NOTE

( 1 ) Bertrand Russell, Sintesi filosofica Mimesis Edizioni, pp. 255 - 256

( 2 ) Ibidem p. 256

venerdì 15 maggio 2020

LUDWIG WITTGENSTEIN TRA MONDO E VOLONTA'




E' buona norma distinguere il piano fattuale ( i fatti che accadono nel mondo ) e il piano valoriale ( i valori frutto della volontà ). Un criterio non sempre rispettato ( il più delle volte non lo è ) e non facile da rispettare. I due piani vengono sistematicamente confusi di continuo e c'è anche chi ritiene che non debba esserci nessuna separazione. Questa è una lezione a mio avviso importante che si può trarre dalla lettura del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein. Che cos'è però un fatto? Il filosofo austriaco ne dà una definizione nella sezione 2 del Tractatus:

 " Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose."

Ebbene, il mondo pare che possiamo concepirlo proprio così, un'insieme di stati di cose, una serie di connessione tra oggetti, enti ecc. Dove possiamo rintracciare in tutto ciò una volontà? Il puro accadimento dei fatti è contingente, non c'è in essi alcun valore, alcuna necessità. Fatti e valori nella prospettiva del Tractatus si escludono in quanto possiamo ravvisare in essi proprietà incompatibili: la contingenza nei primi, il fatto cioè di poter essere diversi da come sono e la necessità nei secondi, perché se una cosa possiede un valore per un soggetto essa non può essere accidentale. E' impossibile che se una cosa a qualcuno appare buona, può apparire anche come non tale.

" Il senso del mondo dev'essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v'è in esso alcun valore - né, se vi fosse, avrebbe un valore.
Se un valore che abbia valore v'è, esso dev'essere fuori di ogni avvenire ed essere-così. Infatti, ogni avvenire ed essere-così è accidentale." ( Tractatus 6.41 ).

Niente nel mondo può avere un valore trascendente, perché nel mondo tutto è accidentale e l'unica necessità ammissibile per Wittgenstein è quella logica. La sfera dei valori che comprende l'etica e l'estetica sono fuori dal mondo, quindi fuori dal regno di ciò che può essere detto o formulato sensatamente con il linguaggio.

L'origine dei valore è la volontà, il mondo di per sè non è né buono e né cattivo, è solo sotto lo "sguardo" del soggetto che vuole che il mondo appare nell'uno o nell'altro modo. 

mercoledì 6 maggio 2020

ATTENTI AL LEGALISMO


EL LEGALISMO: UN PELIGRO REAL PARA TODO CREYENTE - Asambleas de Dios





Il presente articolo è stato da me pubblicato sul sito di pensierofilosofico.it, ora lo riprongo qui sul mio blog.


Ho notato che spesso discutendo dei più svariati temi, ma soprattutto di attualità politica, ricorre frequentemente da più parti l'appello alla "legalità". Indubbiamente è importante che lo si faccia, specie in Italia, ma bisogna fare attenzione a non cadere nella trappola del legalismo. Il legalismo infatti è una teoria generale del diritto che riduce la giustizia a pura conformità alla lettere della legge. la legge è a sua volta emanazione di un'autorità a cui, secondo il punto di vista legalista, si deve cieca obbedienza. La legge è uno strumento che ha lo scopo di garantire l'uguaglianza di tutti i cittadini ( giustizia sostanziale ), nel legalismo questo principio viene ribaltato: la legge non è più un mezzo, ma il fine. La legge diventa quindi il criterio ultimo per valutare la giustizia delle azioni ( giustizia formale ). Si capisce come il legalismo è il principio di legalità portato agli estremi e come in questa prospettiva mezzo e fine vengano completamente confusi. Il giusto coincide con la legalità, cioè con una legge vigente. Per legge si intende qualsiasi atto emanato e approvato da un'autorità, da uno Stato di qualsiasi tipo: democratico, teocratico, monarchico ecc. Legale è tutto ciò che è stabilito  tale dall'autorità, cioè tutto ciò che è prescritto come tale dal diritto positivo ( attenzione, il termine "positivo" qui non è collegato a un giudizio di bontà del diritto, da contrapporsi ad un ipotetico diritto negativo: deriva invece dal latino "ius in civitate positum" con il significato di "stabilito" ).

Alcuni esempi storici faranno capire meglio i difetti della posizione legalista:

1) la protezione del sangue tedesco proibiva i matrimonio tra ebrei e non ebrei ( leggi di Norimberga 1935 );

2) la soluzione finale della questione ebraica presa dai principali gerarchi nazisti ( conferenza di Wannsee 1942 );

3) le persecuzione dei kulaki nell'URSS di Stalin;

4) la repressione degli eretici da parte di Torquemada nella Spagna del XV secolo;

5) la pena capitale per apostasia nell'odierna Arabia Saudita;

6) la punizione per l'omosessualità in Inghilterra e Galles fino al 1967.

A capo di tutte queste decisioni c'è stato un atto giuridico ( una legge, un decreto, un ordine esecutivo ecc. ) emanato da un'autorità statale pienamente sovrana con cui si è stabilito ciò che doveva essere legale. L'elenco potrebbe continuare e a questo può ovviamente affiancarsi un elenco di leggi giuste. Lo scopo di questi esempi era di provocare nel lettore una forte disapprovazione e sono sicuro che mentre leggevate l'elenco avete condannato nel modo più assoluto quelle azioni. Ebbene, concordo con voi. Questo significa che non siete legalisti, per fortuna. Significa che considerate quelle decisioni ingiuste e siate d'accordo e disapprovate le autorità che le hanno prese. Il mero fatto che esse sono legali non implica quindi che voi siate d'accordo e approviate, questo perché la questione se un'azione sia giusta o sbagliata sta a monte di ogni decisione legislativa. Ci sono cose che sappiamo essere ingiuste prima ancora che la legge le riconosca come tali. Il difetto del punto di vista legalista consiste nell'identificare ciò che è giusto con ciò che è legale, questo porta ad una contraddizione nel caso in cui una determinata azione X è legale nello Stato A, ma illegale in quello B. Ne consegue che X è sia legale che illegale. Come può un legalista coerente risolvere tale contraddizione? Il capovolgimento del rapporto tra ciò che è giusto e ciò che è legale può essere espresso in una formula che ricorda il dilemma di Eutifrone presentato da Platone:

1) l'azione X è legale perché è giusta;

2) l'azione X è giusta perché è legale.

Il legalista accetta il corno 2) del dilemma, mentre chi non lo è sceglie il corno 1). Se si accetta la 2) la giustizia dipende dalla legalità, invece se si accetta la 1) la giusta è indipendente dalla legalità.

lunedì 4 maggio 2020

PINKER: SPIEGAZIONE SCIENTIFICA E RESPONSABILITA' MORALE





La confusione tra lo spiegare un comportamento e lo scusarlo ( o giustificarlo ) ricorre molto spesso, specie quando si commentano fatti di cronaca nera, in cui il comportamento in questione è di tipo aggressivo e violento. Si tratta di una confusione che dà luogo a una serie di equivoci, inducendo il più delle volte a fraintendere le spiegazioni che la psicologia in quanto scienza, fornisce o cerca di fornire del comportamento umano.
Per prima cosa, spiegare un comportamento o un atto sul piano scientifico non implica affatto approvarlo sul piano morale, perché come fa notare lo psicologo canadese Steven Pinker:

" Scienza e morale sono due sfere di ragionamento separate, e solo riconoscendole come separate possiamo tenercele entrambe. Se fossero vere le affermazioni seguenti: che la discriminazione è un male soltanto se le medie di gruppo sono le stesse, che guerra, violenza carnale e avidità sono un male soltanto se non se ne prova mai la tentazione, che si è responsabili delle proprie azioni solo se esse sono misteriose, allora, o gli scienziati dovrebbero essere pronti a falsificare i propri dati, o tutti noi a buttare nel cestino i nostri valori." ( 1 )

Il mondo dei valori è diverso dal mondo delle spiegazioni e delle descrizioni. Il primo riguarda la morale, l'estetica e la politica, il secondo va alla ricerca delle cause e delle relazioni tra i vari fenomeni e fatti che sono oggetti di studio. I fenomeni e i fatti che tenta di spiegare la psicologia i moventi dell'azione umana, i fattori che ne determinano il comportamento. Tali moventi e fattori possono essere molteplici, come lo stesso Pinker scrive:

" In quest'epoca scientifica "comprendere" significa cercare di spiegare il comportamento come una complessa interazione di 1) i geni; 2 ) l'anatomia del cervello; 3 ) il suo stato biochimico; 4 ) l'educazione ricevuta in famiglia; 5 ) il modo in cui si è stati trattati dalla società; 6 ) gli stimoli ricevuti." ( 2 )

La psicologia, come d'altronde in ogni altra scienza, presuppone l'esistenza di cause che provocano effetti, ed è naturale che l'unica posizione sostenibile è un certo grado di determinismo psicologico, cioè la volontà umana è determinata necessariamente da cause ad essa interne o esterne. Scientificamente non è concepibile una volontà totalmente libera e incausata. Senza cause non si dà alcun tipo di spiegazione scientifica, ma allora che ne è del libero arbitrio e della responsabilità morale? Perché ritenere un uomo moralmente responsabile se nel commettere la sua azione non poteva considerarsi libero di scegliere? 

Come salvare capre e cavoli? Come conciliare il determinismo delle spiegazioni scientifiche con le esigenze della responsabilità morale?  Postulando che scienza ed etica siano due ambiti diversi e autonomi. Sul piano morale dobbiamo presupporre che la nostra volontà sia libera, cioè che siamo agenti senzienti, razionali e dotati di libero arbitrio, capaci di compiere scelte ispirate da valori morali che rendono possibile la convivenza con i nostri simili.

Allora che cos'è il libero arbitrio? Pinker  lo definisce come: "un'idealizzazione degli esseri umani che rende il gioco dell'etica giocabile."  Per sviluppare una concezione etica coerente dobbiamo partire dal presupposto che gli uomini siano essere liberi, come la geometria richiede l'idealizzazione linee infinite e circonferenze perfette per descrivere al meglio lo spazio e l'economia mercati perfettamente concorrenziali per studiare meglio i mercati reali.

NOTE

( 1 )  Steven Pinker, Come funziona la mente, p.66  edizioni Oblò Castelvecchi 2019

( 2 )  Ibidem, p. 63

domenica 26 aprile 2020

LA LIBERTA' TRA STORIA E ONTOLOGIA



BREVE RIFLESSIONE SULLA LIBERTA'


( Nella foto il Memoriale della Resistenza Tedesca a Berlino )

Sulla targa c'è scritto: 

" Voi non portaste la vergogna, voi vi siete difesi, voi avete dato il grande, per sempre vivo, simbolo del cambiamento, sacrificando la vostra calda vita, per la libertà, la giustizia e l'onore."

Qual è lo statuto ontologico della libertà in un regime dove essa non c'è? In che senso possiamo dire che la libertà esiste?

Forse potremmo dire aristotelicamente parlando che essa esiste in potenza nella mente di coloro che lottano per ottenerla. Esisteva in questo senso la libertà nelle menti di coloro che lottarono. Nel senso in cui le persone dicono: " Io lotto per la libertà", il che presuppone che nel momento in cui si pronuncia questa frase, essa non esiste ancora in atto. La volontà pone allora l'esistenza di qualcosa, diciamo pure che essa proietta una "realtà ideale", laddove essa non è ancora attualizzata. In coloro che si sono sacrificati e che nella giornata di ieri abbiamo celebrato questo sacrificio, la loro vita fece volontariamente la sua scomparsa per fare spazio a qualcosa di più grande ed elevato della vita stessa: l'Ideale della Libertà.

JOHN DEWEY





LOGICA E PENSIERO RIFLESSIVO

Il filosofo statunitense John Dewey ( 1859 - 1952 ), tra i massimi esponenti del pragmatismo, chiarisce molto bene i vari significati che ha la parola "logico", eccetto il suo uso come sostantivo per indicare una persona studiosa della logica. Dewey infatti si occupa della parola usata come aggettivo. Qui sotto riporto un passo dell'opera dal titolo " Come pensiamo" ( 1° ed. 1910 ):

" Possiamo riassumere dicendo che il termine "logico" possiede almeno tre significati. ( I ) Nel suo senso più largo, ogni processo di pensiero intenso a raggiungere una conclusione accettabile e credibile è logico, anche se le sue le sue operazioni effettive sono illogiche. ( II ) Nel senso più stretto, "logico" significa che ciò che è dimostrato secondo certe forme comprovate è una conseguenza di premesse i cui termini hanno un significato chiaro e definito; significa prova di carattere rigoroso. Oltre a questi due, c'è un terzo significato ( III ) di vitale importanza per l'educazione: l'attenzione sistematica a salvaguardare il processo del pensiero, in modo che sia veramente riflessivo. In questa connessione " logico" significa regolazione del processo naturale e spontaneo di osservazione, suggestione e prova; e cioè il pensare come un'arte." ( 1 )

Durante la lettura di questo libro e in particolar modo del passo che ho appena citato, mi sono venuti in mente degli esempi di ragionamenti che noi definiremmo logici e dove mi pare che questa parola abbia i diversi significati che Dewey ritraccia. 

Il significato ( I ) mi pare quello più vicino a ciò che noi intendiamo quando usiamo la parola "logico". Un esempio:

a) Se piove, allora mi bagno.
b) Non piove.
c) Quindi non mi bagno.

Sembrerebbe tutto a posto. A noi tutti questo ragionamento sembra logico nel senso che la sua conclusione è accettabile e credibile secondo uno schema mentale che nella vita di tutti i giorni adottiamo quasi inconsapevolmente.  Quindi se si intende "logico" nel suo primo significato ( I ), allora possiamo dire che il ragionamento di cui sopra ne è un esempio. Se esco fuori e non sta piovendo, io non mi bagno. Se invece consideriamo il significato ( II ), allora non lo è. La pioggia infatti non è l'unico modo per bagnarsi; potrei cadere accidentalmente in un fiume o in una piscina, potrei ricevere un gavettone da un amico per scherzo ecc. Secondo il significato ( II ) l'esempio che ho fatto sopra è fallace; un logico lo identificherebbe come la fallacia della negazione dell'antecedente. Se si intende "logico" nel significato che ha nella ( II ), allora il nostro termine assume una valenza più formale. Un ragionamento è un'argomentazione sono logici se le loro conclusioni derivano necessariamente a partire da determinate premesse, seguendo speciali regole che permettono il passaggio dalle premesse alla conclusione. La conclusione deve derivare dalle premesse in virtù di una necessità logica. Tali regole sono chiamate regole di inferenza. Si può ben dire che la logia non sia altro che lo studio delle inferenze. L'inferenza è il processo mediante il quale si deriva una conclusione a partire dalle premesse. Tornando all'esempio di prima, ecco il ragionamento nella sua forma corretta, applicando una regola di inferenza chiamata modus ponens:

a) Se piove, allora mi bagno.
b) Piove.
c) Quindi mi bagno.

Sembra da questa breve disamina che il significato della parola "logico" a noi più familiare e a cui ci riferiamo più spesso sia la ( I ). Nella nostra vita di tutti i giorni è questo il significato che abbiamo in mente quando diciamo che qualcosa ha una "sua logica" e che una persona agisce o pensa usando la "logica". Detto ciò, allora come intendere il significato ( III ) di cui Dewey parla nel suo libro?
 Dalle parole del filosofo americano questo punto a che fare con la sfera educativa: saper pensare nel senso di condurre i propri ragionamenti con vigore, sorvegliando il processo stesso del pensiero, cercando di evitare il più possibile le fallacie più comuni. Un esempio della ( III ) potrebbe essere uno studioso di filosofia che argomenta a favore dell'esistenza ( o della non esistenza ) di Dio oppure una persona che parlando di politica cerca di ragionare su una specifica proposta di politica economica, analizzandone i pro e i contro.

Naturalmente tutti e tre i significati individuati da Dewey e da me sopra discussi e chiariti sono da tenere in conto quando usiamo il termine "logico". Il significato ( I ) è quello che ci viene in mente quando sentiamo pronunciare la parola "logico", come a intendere coerenza con le aspettative, linearità con il modo in cui si presentano le nostre esperienze quotidiane e partendo dal presupposto che la natura nelle sue leggi sia uniforme, noi ricaviamo delle generalizzazioni sul modo in cui la natura funziona; è in questo senso che parliamo di una logica della storia, di un discorso oppure quando diciamo che una persona pensa o agisce logicamente. in tutti questi casi non si intende dire che la storia, il discorso o la persona in questione procedono secondo il sillogismo o il modus ponens di cui ho accennato sopra, ma semplicemente che vi è un'ordine, una catena di fatti, nel caso della storia e di azioni o di parole nel caso di una persona che li usa in modo tale da raggiungere gli scopi che lei stessa si è prefissato. "Logico" ( I ) significa "ragionevole".

Il significato della (II ) è riconducibile al modo con cui mostriamo che le conclusioni raggiunte nelle nostre riflessioni convincano gli altri. La sfera logica qui riguarda la forma. La logicità di cui si tratta in questo ambito è astratta, prescinde dal contenuto, dal contesto e dal tempo. Le regole di inferenza a cui ho accennato sopra sono valide in qualsiasi contesto, per qualsiasi contenuto e non variano nel tempo. La conoscenza della logica intesa come studio dei processi di inferenza, dei sillogismi della fallace ecc. ci aiuta a guardarci dagli errori, dai passi falsi e dalle facili generalizzazioni. Insomma le forme logiche vengono usate per esporre i risultati del pensiero, non a caso Dewey parla in questo caso di prodotto dell'attività riflessiva, distinguendolo dal processo psicologico. ( 2 )

Il ( III ) riguarda l'ambito educativo, imparare significa imparare a pensare. Compito dell'educazione è abituare a pensare in modo riflessivo, iniziando dall'adozione di strategie di ragionamento non ordinate, superficiali e direi quasi istintive così come sorgono nella nostra mente ad un primo contatto con i dati e le informazioni e renderle ordinate, fondate, concatenate e ben sistemate. Essere abituati a pensare in modo riflessivo significa adottare nel proprio usuale modo di pensare tutte le qualità che attengono al pensiero riflessivo che Dewey definisce così: " L'attiva, costante e diligente considerazione di una credenza o di una forma ipotetica di conoscenza alla luce delle prove che la sorreggono e delle ulteriori conclusioni alle quali essa tende costituisce il pensiero riflessivo." ( 3 )

NOTE

( 1 )  John Dewey, Come pensiamo, Raffaello Cortine Editore 2019, p. 83.

( 2 ) Sulla distinzione tra processo e prodotto dell'attività riflessiva, si veda Dewey, Come pensiamo, cap. 5.

( 3 ) Ibidem, pp. 8 - 9.


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