BREVE RIFLESSIONE SULLA LIBERTA'
( Nella foto il Memoriale della Resistenza Tedesca a Berlino )
Sulla targa c'è scritto:
" Voi non portaste la vergogna, voi vi siete difesi, voi avete dato il grande, per sempre vivo, simbolo del cambiamento, sacrificando la vostra calda vita, per la libertà, la giustizia e l'onore."
Qual è lo statuto ontologico della libertà in un regime dove essa non c'è? In che senso possiamo dire che la libertà esiste?
Forse potremmo dire aristotelicamente parlando che essa esiste in potenza nella mente di coloro che lottano per ottenerla. Esisteva in questo senso la libertà nelle menti di coloro che lottarono. Nel senso in cui le persone dicono: " Io lotto per la libertà", il che presuppone che nel momento in cui si pronuncia questa frase, essa non esiste ancora in atto. La volontà pone allora l'esistenza di qualcosa, diciamo pure che essa proietta una "realtà ideale", laddove essa non è ancora attualizzata. In coloro che si sono sacrificati e che nella giornata di ieri abbiamo celebrato questo sacrificio, la loro vita fece volontariamente la sua scomparsa per fare spazio a qualcosa di più grande ed elevato della vita stessa: l'Ideale della Libertà.

Cercare di stabilire lo statuto ontologico di un valore (e la libertà, nel senso della riflessione di cui sopra, è un valore) mi lascia perplesso. La libertà, per chi la apprezza, è una condizione in cui egli vorrebbe trovarsi, se ne è privo, o che tiene a mantenere, se si ritiene libero. Ora, l'essere appartiene a lui stesso, che può essere più o meno libero. Pur considerando valida l'analisi in termini di potenza e atto, mi appello proprio ad Aristotele, il quale non avrebbe sicuramente apprezzato l'assolutizzazione di qualcosa che, ontologicamente parlando, è dipendente da altro. Aggiungerei che lo è in due sensi: essendo la libertà sia "libertà di" qualcuno che "libertà da" qualcun altro o da qualcosa, mi sembra che, in termini aristotelici, possa interpretarsi come una particolare declinazione della categoria di relazione. L'appello ad Aristotele è innanzitutto alla sua contestazione della teoria platonica delle idee, che era fondata fra l'altro su una grossolana confusione per cui l'essere apparterrebbe ai predicati più che ai soggetti e che metteva sullo stesso piano cose come "uomo" e come "giustizia". Più modernamente, possiamo dire che l'assolutizzazione di valori come "giustizia" e "libertà" riposa sull'inganno in cui ci induce il nostro linguaggio: poiché per indicarle usiamo dei sostantivi, finiamo per pensare che si tratti di "sostanze", per quanto di un genere speciale, non potendo essere considerate cose materiali e nemmeno spirituali. Con Wittgenstei, potremmo parlare di "incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio"
RispondiEliminaGrazie dell'intervento. Concordo sul fatto che i valori ( in questo caso la libertà ) non possono essere ipostatizzati e il parlare di loro sostanze è a dir poco fuorviante. Non essendo sostanze, non è corretto parlare di ontologia. Il riferimento a Wittgenstein è molto appropriato. Leggendo il Libro Blu, agli inizi parla propria di questa tendenza ( metafisica ) a riferirsi alla sostanza:
RispondiElimina" Le domande: "Che cos'è la lunghezza?", "Che cos'è il numero uno?","Che cos'è il significato?" etc. producono in noi un crampo mentale. Noi sentiamo che non possiamo indicare qualcosa in risposta ad esse, eppure dobbiamo indicare qualcosa. (Ci troviamo di fronte ad una delle grandi fonti di disorientamento filosofico: noi cerchiamo una sostanza [ substance ] in corrispondenza ad un sostantivo [ substantive ]; un sostantivoci induce a cercare una cosa che corrisponda ad esso."
Questa è mi pare l'origine dell'equivoco: libetrtà, giustizia etc. essendo sostantivi ci inducano a cercare, a indicare un ente che li corrisponda, invece sono termini che hanno una valenza in rapporto a qualcosa.